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Zhineng Qigong in Cina (II parte)

Mar09Ott2018

Zhineng Qigong in Cina (II parte)

Senza riscaldamento!

al Zhi Neng Qi Gong Teacher Training Retreat, Qingcheng Mountains, Cina 2018

Scendendo dall’aereo a Chengdu trovammo una temperatura calda e appiccicosa. Questo ci rincuorò perché l’idea che ci era stata prospettata, di un freddo invernale, non era certo accattivante. Speranzose, dunque, entrammo nel taxi che ci avrebbe portato, nel giro di poco più di un’ora, da Chengdu a Qingcheng Mountains.

Solo quando l’automobile cominciò a inerpicarsi su per la strada montana sentimmo che la freschezza dell’aria stava aumentando… Arrivammo in un piccolo centro, costituito da qualche albergo in architettura tradizionale cinese, immersi nel verde dei boschi della riserva naturale di Qincheng, zona sacra ai Cinesi perché patria del taoismo. Su questi monti si snoda un lungo sentiero a gradoni che porta a numerosi templi taoisti, sino ad arrivare al tempio d’oro (Laojun Pavillon), in cima.

A Qingcheng cominciai a sentirmi pervadere da una sensazione completamente nuova: tutto intorno a me era così particolare, combaciava con le immagini di una Cina antica e dimenticata, lontana nel tempo e nello spazio, una Cina che avevo sognato sin da bambina, una Cina archetipica. I tetti a pagoda, sovrastati da statuine di divinità, di saggi e di animali, le tegole formate da mattonelle sovrapposte a scaglie di quella che mi sembrava ardesia, i portoni laccati che racchiudevano il perimetro del nostro albergo e di quelli circostanti, impreziositi da pomelli vistosi e pesanti a forma di testa di leone, di drago o di mostro.

Una nebbiolina leggera avvolgeva la zona rendendo in quel giorno, e nei giorni successivi, tutto così suggestivo e onirico, un’atmosfera che mi portava lontana con l’immaginazione e con le emozioni. La nebbia mi è sempre piaciuta per questa sua capacità evocativa, riesce a trasformare un viaggio in tangenziale intorno a Milano in qualcosa di magico e misterioso, celando alla vista la realtà più ovvia per suscitare ricordi.

Infine, stordite dopo 24 ore di viaggio, abbracciammo i maestri, che ci vennero incontro sorridendo col cuore. C’era freddo! Eravamo così vicine al caldo afoso di Chengdu eppure la temperatura era già così diversa. Entrando in albergo mi attendevo di essere rincuorata dal calduccio di un ambiente riscaldato. Quale sorpresa mi attendeva: tutti indossavano i piumini, anche dentro! Ci volle qualche ora per rendermi conto che nessun ambiente era riscaldato, semplicemente: il riscaldamento non esisteva. Intanto mi infilai velocemente sotto le coperte e sprofondai in un breve sonno in attesa dell’ora di cena. Al risveglio mi accertai che la camera fosse ancora fredda e quindi indossai gli indumenti caldi che per fortuna mi avevano consigliato di portare. Dirigendomi verso quella che prevedevo dovesse essere la sala-ristorante, fui invece fermata da maestri e compagni nel patio interno dell’albergo, all’aperto, sotto il cielo coperto di nuvole. Tutti i pasti sarebbero stati consumati lì, intorno a graziosi tavoli accoglienti. Per fortuna ogni pasto prevedeva zuppe caldissime o brodi bollenti, la necessità di ingerirli appariva ovvia.

Un piacere inatteso mi travolse e conciliò un sonno immediato quando entrai nel letto: il materasso era riscaldato elettricamente! Che tepore sotto le coperte, che meraviglioso ristoro dal freddo circostante!

Al risveglio, il primo giorno, mi preparai per recarmi nella sala di pratica. Avevo in parte dimenticato lo shock termico della sera prima e mi disponevo per praticare in una sala come quelle che conosco in Occidente. Entrai in uno spazio affascinante: sedie in legno dalle forme tondeggianti ed esotiche erano disposte tutte intorno, tavolini dai profili arrotolati in riccioli rivolti all’interno e su cui erano disposti gli utensili per l’arte della calligrafia (pennelli, fogli, calamai…). Che ispirazione! Le finestre erano ampie e costituivano in gran parte i 4 muri ma… erano di vetro molto sottile, quasi prive di materiali isolanti e la porta di accesso alla sala, che si affacciava su una tettoia esterna, non si chiudeva. Dunque era come stare all’aperto… Nessuno si tolse la giacca, neppure i maestri.

Ci sedemmo e ci presentammo, poi ciascuno di noi informò gli altri circa il paese d’origine e il motivo che ci aveva spinti ad iscriverci ad un corso intensivo di Zhi Neng Qi Gong. 36 allievi provenienti da ogni angolo della Terra. Fummo informati degli orari. Questa lunga condivisione si concluse nuovamente nel patio, per pranzare. Era così confermato il luogo dove avremmo sempre consumato i pasti: sotto la cupola del cielo, incuranti del clima caldo o impietoso. Quello che poteva cambiare era semplicemente il nostro vestiario.

Qualche moto di ribellione cominciò a nascere in me: avevo freddo! Non c’era un unico luogo dove sentirsi a proprio agio, tranne sotto le coperte. In effetti dopo ogni lezione, nei momenti di pausa, scappavamo a infilarci a letto, per trovare quel po’ di comfort che l’ambiente rustico cinese ci negava.

Poi, come un fulmine interiore, giunse un momento di lucidità nel quale dissi a me stessa che stavo vivendo un’occasione straordinaria per diventare più forte, guidata da saggi insegnanti, che conoscevano tecniche efficaci. Avrei colto queste asperità per rinforzarmi. Del resto avevo già provato per un anno la tecnica di Wim Hoff della doccia gelata e sapevo che era possibile trarre beneficio anche dal freddo.

Arrivavamo alla sala di pratica coperti da giacche e piumini e da un doppio strato di pantaloni, ascoltavamo la teoria avvolti nelle coperte. Per praticare fu rapido invece constatare che era necessario spogliarsi fino a ridursi in calzoncini e maniche corte: cominciavamo a sudare e a sviluppare un calore interno, pur restando fermi! Potenza del Qigong! Terminato l’esercizio, con gesti rapidi ci rivestivamo, per evitare di raffreddarci.

In questo modo le giornate trascorrevano sempre a contatto con l’aria esterna, con il profumo della vegetazione circostante. Dopo pochi giorni cominciai a sentire un certo piacere nel saltar fuori dal letto e affrontare il freddo, talvolta alla sera anche a fare la doccia gelata (perché non sempre arrivava l’acqua calda…), infilandomi poi nel caldo abbraccio delle lenzuola. Sentivo in me il risvegliarsi di una forza interiore che raramente mi era capitato di contattare, una capacità di adattamento e di termoregolazione che mi portava a stabilire una relazione di sintonia e simpatia con il clima esterno, non più di rifiuto. Cominciai a sentire che mi fondevo con l’aria fredda e che il muro di resistenza era crollato.

Un benessere si diffondeva in me ogni giorno di più, un benessere che cercavo di analizzare per comprenderne l’origine, che ho identificato nella dissoluzione delle tensioni relative all’ambiente, in un’accettazione attiva.

Ripensavo alla mia comoda e amata casa di Milano, certo, con gratitudine, ma anche, lo ammetto, con un senso di soffocamento all’idea del riscaldamento condominiale, sul quale non ho alcun controllo, e che spesso rende l’aria così secca da costringermi ad aprire le finestre, comportando uno spreco di risorse energetiche che mi rattrista. A Milano sento netta la separazione fra l’aria esterna e l’aria dentro gli edifici. Una distanza esagerata separa le due temperature, così pure in estate con i condizionatori.

Se, invece di eccedere con l’aiuto di mezzi esterni, imparassimo tecniche per potenziare i nostri apparati, quante risorse risparmieremmo e quanto benessere svilupperemmo in noi stessi.

 

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