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Alcune riflessioni sul percorso dell'aspirante stregone (qigonghista) occidentale

Lun05Set2011

Alcune riflessioni sul percorso dell'aspirante stregone (qigonghista) occidentale

Capita che ogni qualvolta mi venga chiesto di parlare di qigong da chi vuole iniziare un percorso di studio o più semplicemente è incuriosito da questa parola esotica, mi ritrovi spesso a non avere molte parole per discorrerne in modo appropriato. La difficoltà non è solo data dal riuscire a trasmettere a chi non ne abbia mai fatto esperienza, una sensazione nuova che va oltre le sensazioni dei cinque organi di senso, ma di far capire che il qigong è una pratica veramente completa.
Il modo in cui di solito questo problema viene affrontato dai testi divulgativi sul qigong e' abbastanza insoddisfacente. Di solito a una prima semplice descrizione viene aggiunta una sequela di informazioni riguardanti la teoria dei meridiani, la teoria dei cinque agenti nonché prove scientifiche della medicina moderna sull'esistenza del qi.
Tutte queste informazioni anche se esatte non fanno pero' mai i conti con il repertorio culturale di chi si cimenta con gli esercizi di qigong. Questo repertorio culturale è un velo che separa dall'esperienza così come era stata pensata nel luogo e nel momento in cui è nata.
Un cinese, o forse potremmo parlare di un asiatico, possiede tutte le informazioni culturali per capire cosa sia il qigong e  cosa poter ricavare da esso, anche senza riuscire a descriverlo in modo corretto. Quando questi inizia la pratica riesce a mettere nella giusta prospettiva le istruzioni che gli vengono date e lo scopo di queste. E' un po' come dire che un europeo che si iscriva a un corso di tango sa cosa sta andando a fare (senza saperlo realmente, ma perché lo sa dalla tv, dagli amici, da parenti o perché ha fatto un viaggio in Argentina) e che tipo di istruzioni aspettarsi dall'insegnante (perché sa quali sono gli scopi di un ballerino di tango professionista o dilettante). Sa inoltre quale tipo di atteggiamento l'insegnante avrà nei suoi confronti e sarebbe pronto a cambiare istruttore qualora questo andasse oltre i compiti dati dal suo ruolo.
Spesso, a meno che non si sia in quella non invidiabile situazione di malato terminale alla ricerca di cure miracolose, ci si iscrive a un corso di qigong come lo si farebbe con un qualsiasi altro hobby. Osservazione che è facile riportare se si socializza a un qualsiasi evento mondano: “Quest'anno ho iniziato a fare pilates”. “Io invece da settembre pratico il qigong col maestro Zhu Facai del monte Wudang (qigong è già un termine esotico, ma Zhu Facai e Wudang conquisterebbero persino il più scettico collezionista di esperienze). Forse il tutto è dovuto dal condizionamento culturale di ciò che per un occidentale rappresenta il movimento corporeo. L'etimo di sport in fondo vuol dire anche “distrarre, passare il tempo”. Trasporre qualsiasi tipo di pratica da una cultura ad un'altra porta inevitabilmente qualche tipo di strascico. Questo mi fa tornare alla mente il ricordo del mio primo viaggio in Cina quando vidi un gruppo di ballerini di liscio che si ritrovava sulle larghe mure di cinta della città di Xi'an. In quel luogo dall'atmosfera magica all'inizio il mio stupore fu notevole nel vedere l'alta precisione dei movimenti e la leggerezza dei passi. Dopo un iniziale stupore fui poi colpito da un'altra associazione: l'immagine che avevo davanti somigliava sempre più a quella della tristissima danzatrice dei carillon ottocenteschi. I loro movimenti erano perfettamente eseguiti, ma i visi e gli sguardi della coppia di ballerini rimaneva distante, freddo come se entrambi non stessero realmente ballando insieme, ma fossero singolarmente impegnati nell'esecuzione di due diversi movimenti. La ciliegina sulla torta di questa visione stramba era il fatto che questa scena appena descritta avveniva la mattina, alle ore 7.
In questo caso perciò le persone riuscivano a eseguire le istruzioni dell'insegnante ma non capivano il reale senso di ballare insieme secondo lo standard europeo. Non si tratta qui di fare dare dei giudizi morali su ciò che sia giusto o sbagliato, se sia meglio ballare la mattina, il pomeriggio o la sera, ma di voler indagare su quale sia la realtà di una pratica e i suoi scopi.
Il qigong cosi' come di solito riportano i testi divulgativi, e' una pratica che nella sua struttura di base combina diversi aspetti dell'esperienza umana: il movimento, una particolare attività cognitiva e la respirazione. A un certo punto della pratica inoltre le sensazioni di mente e corpo travalicano l'esperienza comune e entrano in contatto con una sfera tutta particolare.
Cosi' quando si inizia la pratica spesso ci si chiede se ciò che si esegue sia un esercizio fisico oppure se si stia meditando, se lo scopo di quello che si fa sia rafforzare la mente o il corpo, se si debba concentrare l'attenzione sulla percezione del qi e se veramente questo qi esista.
Uno degli aspetti che riceve di solito piu' importanza di altri e' l'esecuzione dei movimenti. Nella pratica il rilassamento non è compreso adeguatamente e il movimento ha invece un'attenzione ossessiva
Un altro aspetto è il relegare la pratica a un momento preciso della giornata e di escluderla da tutto il resto. Come se stare in salute e in armonia fosse solamente il compito di una sola parte del nostro tempo.
Un altro aspetto taciuto (forse perché lo si sottovaluta) è il fatto che il qigong è una via “cinese”, quindi una via che potremmo definire “via del silenzio”. La ricerca del Dao avviene dalla “quiete”. Chi si incammina su questo percorso deve sapere che questa via procede nel silenzio e si discosta caratterialmente da un tratto tipico latino in cui ci si confronta in modo più o meno aperto con sé stessi e con gli altri. Il fatto di voler raggiungere il Dao camminando su un percorso diverso non è una cosa infattibile, ma come ogni prima esplorazione richiede grande sforzo e coraggio.
Questa caratteristica reca con sé un altro fenomeno tipico del praticante di cose cinesi in occidente: la freddezza, l'eccessivo distacco. Chi è cresciuto in una cultura in cui sacrificare sé stessi per il prossimo è un assioma fondamentale, non può non avere un moto, seppur piccolo e incosciente, di rigetto interiore per una pratica che sembra una esaltazione di sé stessi, un auto-compiacimento per il proprio esclusivo bene. Anche qui bisogna capire che la via della quiete è appunto una via e non il fine e che questo tipo di percorso non è né giusto né sbagliato. La domanda da porsi è casomai se conduca da qualche parte.
Siamo quindi sicuri cosa aspettarci da un corso di qigong e dal suo insegnante? Quali cose siamo disposti ad accettare e quali rigetteremo?


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