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Qigong: usiamo la forza per praticare o pratichiamo per avere forza?

Aggiornamento: 3 ago 2022

Riflessioni dal ritiro di Pontremoli '22 condotto insieme ad A. Carloni

di R. Testa


Quest’anno il ritiro di Pontremoli a Ca’ del lupo aveva come tema lo studio e il perfezionamento di Xingshen zhuang 形神庄, una sequenza che lavora sulla connessione fra corpo e mente, nota per la facile applicazione terapeutica specifica dei nove esercizi al suo interno, ma anche per l’impegno richiesto quando i tempi di esecuzione si prolungano.

In particolare le sezioni 2 e 3 in cui si tengono le braccia all’altezza delle spalle per diversi minuti sono spesso temute dai praticanti per la gestione della sollecitazione della posizione su corpo e mente.


Durante il primo giorno del ritiro, osservando i praticanti nell’esecuzione delle prime sezioni mi è spontaneamente nata una domanda: “Usiamo la forza per praticare o pratichiamo per avere forza?”.

Proverò a parlare di questo dilemma qui sotto.


Quando eseguiamo queste pratiche siamo spesso portati a emulare il movimento corretto che abbiamo in mente dato dal nostro insegnante o da un video che abbiamo guardato. L’apprendimento conosce quindi questo primo passaggio in cui si cerca di ricalcare quello che vedono i nostri occhi.

La fase successiva dovrebbe poi comprendere la capacità di adattare il movimento al nostro corpo e alle nostre possibilità.

Se saltiamo questa seconda fase corriamo il rischio di farci male o semplicemente di odiare l’esercizio che invece ha il preciso scopo di farci del bene.


Il modello che si imprime nella nostra mente è forse l’ostacolo più grande all’ottenimento dei benefici della pratica. Questa costante attenzione ai dettagli rischia di rendere gli esercizi sterili e causa l’estroversione della coscienza che in quel momento non è calata nell’esperienza di fusione di mente e corpo, ma è impegnata a farsi bella di fronte al mantenimento delle aspettative dell’ego.


Penso che questo sia un punto cruciale non solo per il qigong, ma anche per tante altre pratiche di origine asiatica e non.


E come si viene fuori da questa lotta fra l’esigenza di emulare il modello e il bisogno di essere liberi di fare secondo le proprie possibilità?

Una prima considerazione che viene in mente è che il qigong prevede che il qi sia libero di scorrere, e se quindi mettiamo più forza del necessario ci troviamo a fare delle pratiche di tonificazione muscolare che poco hanno a che fare col qigong.

Ma come dosare quindi questa forza necessaria per praticare?

Dal mio punto di vista è necessario dare più importanza al rilassamento, intendendo con rilassamento quel fattore che allenta la tendenza della mente egoica al raggiungimento di un certo scopo come il perfetto ricalco di un modello, ma anche l’apertura dei meridiani, etc.

Nel momento in cui riusciamo a dare spazio al rilassamento stiamo quindi bilanciando questa tendenza innata a proiettarsi nel futuro, verso il prossimo obiettivo, ad ottenere, produrre, etc. Quando siamo radicati nel rilassamento non abbiamo più bisogno di fare, ma ci abbandoniamo a ciò che in quel momento già è, e questo apre finalmente uno spiraglio per le condizioni favorevoli affinché inizi una pratica veramente proficua, paradossalmente anche per ciò che brama la mente egoica.

La pratica è quindi la risoluzione di una contraddizione: iniziamo la pratica per ottenere qualcosa ma durante il percorso scopriamo che solo il lasciare andare la presa ha come conseguenza la realizzazione dell’obiettivo della pratica stessa.





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