Il dàodé 道德 nel Zhineng Qigong

Traduzione dal cinese e introduzione a cura di A. Carloni





Introduzione

Una trattazione molto dettagliata del concetto di dàodé in cui il Dott. Páng Míng ci accompagna a comprendere l’importanza di questo aspetto della pratica, spesso poco conosciuto o completamente ignorato in occidente. Cominciando con la spiegazione del significato delle due parole cinesi dào e dé e con una serie di esempi dell’interpretazione data da essi nella varie scuole di pensiero nella storia cinese, il fondatore del Zhìnéng Qìgōng ci porta a comprendere il senso e la necessità di evolverci come singoli esseri umani e come umanità intera. Questo secondo lui avviene se superiamo la separazione tra pratica formale e vita quotidiana per realizzare a pieno il nostro dàodé di esseri umani, cioè essere sani, centrati e in armonia con noi stessi, con la natura e con la società.


Il dàodé 道德

La teoria del dàodé contenuta nella teoria olistica hùnyuán 混元 è stata sviluppata sulla base della concezione del dàodé nella cultura cinese tradizionale e presenta delle differenze sia rispetto a quest’ultima che rispetto alla prospettiva dell’etica moderna. Se definiamo la teoria di yìshí 意识 come l’estensione della teoria dello hùnyuán qì 混元气, possiamo descrivere la prospettiva sul dàodé come un’ulteriore estensione, basata a sua volta sulla teoria di yìshí.


SEZIONE 1 IL DÀODÉ

I. Origine e significato del termine dàodé


i. Il significato di dàodé in etica


L’etica come ambito di studio indipendente ha origini piuttosto recenti e ha la morale come oggetto di ricerca. Il dàodé come inteso nell’etica trae origine dal termine latino “mores”, che ha come significato originario “costumi, usanze” che si estende a indicare poi le norme che regolano i comportamenti, come per esempio il discernimento tra bene e male. L’etica contemporanea comprende la motivazione morale, la coscienza morale, il comportamento etico e la valutazione morale. Secondo l’etica marxista l’etica è un’ideologia particolare fondata su basi economiche che si rifà al bene e al male come criteri di valutazione e utilizza delle norme comportamentali che sono la somma di opinione pubblica, usanze e coscienza personale. L’etica è dunque il prodotto di relazioni economiche e sociali definite e cambia con il mutare delle condizioni economiche e sociali. Anche se può regolare il comportamento delle persone, tuttavia non utilizza i mezzi coercitivi della politica e della legge, agendo piuttosto sull’opinione pubblica e sulla coscienza personale. Di conseguenza riguarda solo una parte del comportamento umano e non la sua totalità, ma rispetto alla politica e alla legge ha un’influenza molto più profonda e diffusa sulle persone.


ii. Il significato di dàodé nella cultura cinese


Nell’antica civiltà cinese, le due parole dào e dé avevano significati diversi. Per esempio nel capitolo 36 del Guǎnzi 管子, Xīnshù shàng 心术上 (L’intenzione, prima parte), è scritto: “Il dào è vuoto e senza forma; il dé genera le diecimila cose” Esistono anche casi in cui i due caratteri sono uniti a formare un’unica parola, come nel capitolo 49 del Guǎnzi 管子, Nèiyè 内业 (La pratica/coltivazione interiore), dove leggiamo:


“Il dào: avvolgere e contrarre, svolgere ed espandere, essere saldi e costanti [nella pratica]. Rispetta questa pratica e non la trascurare, evita l’eccesso, abbandona ciò che è futile. Quando raggiungerai il limite ultimo tornerai al dàodé [alla Via e al suo potere interiore].”


Il capitolo 49 dello Hánfēizi 韩非子, Wúdú 无毒 (I cinque parassiti), riporta:


“Nella remota antichità si competeva nella morale, più recentemente invece con gli stratagemmi”.


Infine nel Zhuāngzi 庄子 troviamo:


“Lungi dal poter meritare dào e virtù, io non oso tuttavia praticare gli atti di bontà e di giustizia che mi distinguono né peccare con gesti fuori misura e mostruosi che mi degradano”.


Il dàodé in questi casi però non coincide con la virtù come intesa dall’etica: è piuttosto quello che Zhuāngzi 庄子 definisce:


“Il vuoto, la tranquillità, il distacco, la noncuranza, il silenzio, il non agire sono la livella dell’universo, la perfezione del dàodé 道德 (della via e della virtù)”.


Nell’antica civiltà cinese, la virtù etica era contemplata dalla scuola confuciana, che si riferiva a essa parlando di “lǐ 礼”, i riti. Per esempio nel Lǐjì, Lǐyùn (Memorie sui riti, Origine e sviluppo dei riti) è scritto:


“Quindi il santo regola le sette emozioni degli esseri umani, coltiva le dieci virtù; promuove la sincerità nel parlare e il mantenimento dell’armonia, dà valore alla gentilezza mentre rifugge liti e saccheggi. Se non rispetta le regole della proprietà come potrà mai avere successo?”


E sempre nel Lǐjì, Yuèjì (Memorie sui riti, Memorie sulla musica) leggiamo:


“Esattezza e correttezza, senza alcuna inflessione o deviazione, formano la sostanza dei riti, mentre la gravità, il rispetto, e un umile considerazione ne costituiscono le regole.”


I riti, nell’antica civiltà cinese non sovrintendevano solamente ai rapporti interpersonali, ma avevano anche il ruolo di regolare la vita personale di ogni essere umano rendendolo più sano coltivando correttamente il proprio corpo. Per esempio vediamo il Lǐjì, Lǐyùn (Memorie sui riti, Origine e sviluppo dei riti):


“Quindi la proprietà e la giustizia sono i grandi elementi del carattere umano; attraverso di essi il suo eloquio diviene l’espressione della verità e le sue relazioni divengono la promozione dell’armonia; simili all’unione di pelle e cuticole, al legame tra muscoli e ossa rafforzano il corpo. Costituiscono i grandi metodi tramite cui nutriamo i vivi, seppelliamo i morti e onoriamo gli spiriti degli antenati; sono i canali attraverso i quali possiamo apprendere le vie del cielo e comportarci come i sentimenti umani richiedono.”


Nonostante quanto detto sopra, il punto fondamentale in cui i riti dell’antica Cina e l’etica moderna non coincidono è il fatto che i riti non erano considerati solamente il punto più alto dell’umanità, come li definisce lo Shǐjì, Lǐshū 史记, 礼书 (Memorie di uno storico, Trattato sui riti): “I riti sono il culmine del dào degli esseri umani”, ma anche diretta espressione della virtù (dàodé) del cielo. Come afferma il Lǐyùn:


“I riti nascono dall’unità suprema, esistevano già prima che il cielo e la terra si separassero.”


Come si vede da quanto riportato sopra, il dàodé è un tema intimamente collegato all’antica civiltà cinese: per fare chiarezza su questo concetto è necessario approfondire in maniera ancora più dettagliata la prospettiva sul dàodé della cultura cinese antica. Il termine dàodé deriva dalla sovrapposizione dei due caratteri di dào e dé: dào indica la radice della natura dell’universo, dé è l’origine delle sue funzioni. La filosofia daoista pre-秦 Qín1 ha descritto questa tematica in modo molto dettagliato.

Prima prendiamo in esame quanto detto da Lǎozi 老子. Nel Dàodé jīng 道德经 troviamo:


“Prima della formazione del cielo e della terra c’era qualcosa in stato di fusione. Tranquilla e immateriale, essa esiste da sola e non muta; essa circola ovunque senza stancarsi. Si può considerarla come la madre di tutto sotto il cielo. Io non ne conosco il nome, ma la designo col nome di dào. Sforzandomi per quanto possibile di definirla la chiamo grande.”


Zhuāngzi 庄子 afferma:


“Il dào ha la sua realtà propria e la sua efficacia. Non agisce né ha forma. Lo si può trasmettere senza che un altro possa riceverlo. Lo si può comprendere senza poterlo vedere. Ha in sé la sua radice ed è sempre esistito, molto prima della creazione del cielo e della terra. Fa apparire gli dei e i mani. Genera il cielo e la terra. Al di là della vetta suprema dell’universo, non c’è altezza. Al di qua delle Sei estremità dell’universo, non c’è profondità. Nato prima del cielo e della terra, non ha durata. Più antico della più remota antichità, non invecchia.”


Da quanto sopra si evince chiaramente che il dào è una forma di esistenza svicolata da qualsiasi oggetto materiale e indipendente. Nello spazio non ha limiti né confini, nel tempo non ha inizio e non ha fine, è la radice dell’esistenza delle diecimila cose.

Che cos’è il dé, invece? In parole semplici possiamo definirla come la funzione del dào, la sua manifestazione esteriore. Nel Dàodé jīng è scritto:


“La Via (il dào) produce, la Virtù (il dé) nutre; gli oggetti materiali prestano la forma; il centro porta a compimento o sviluppo. Perciò non c’è uno solo tra i diecimila esseri che non riverisca la Via e non onori la Virtù. Il fatto che la Via sia così venerabile e la Virtù così onorevole è cosa costante e spontanea, senza che nessuno l’abbia predisposta in questo modo.”


Il significato di questo passaggio è che le diecimila cose nell’universo sono tutte generate dal dào e nutrite dal dé. Ogni oggetto concreto passa attraverso un processo di sviluppo preciso per raggiungere il suo esito finale. Poiché le diecimila cose sono tutte generate dal dào e sviluppate dal dé, rispettano il dào e onorano il dé. Questo avviene naturalmente e spontaneamente, senza alcuna forzatura o imposizione dall’esterno.


Il Dàodé jīng prosegue così:


“Poiché la Via produce, la Virtù nutre; esse fanno crescere, innalzano, fanno prosperare e guidano, alimentano e proteggono, producono e nutrono. Esse producono ma non si appropriano; agiscono, ma non traggono alcuna sicurezza; fanno crescere, ma non dirigono. Questa è la Virtù segreta.”


Questo passaggio spiega come la funzione del dào, sebbene generi le diecimila cose e le nutra, permettendo loro crescita e prosperità e proteggendole, tuttavia non si attacca a esse e non se ne appropria, questa è la sua natura. Questa è la Virtù suprema. Zhuāngzi, nel Tiāndì 天地, Cielo e terra, parla del dé in modo ancora più completo:


“L’uno fu senza che avesse una forma materiale. Ne nacquero gli esseri: è ciò che viene chiamata la sua virtù.”


Da queste parole possiamo comprendere come, nell’antico pensiero cinese, il dào e il dé siano le due potenze fondamentali dell’universo, la sua forma e la sua funzione. La forma è “tranquilla e immateriale, essa esiste da sola e non muta; essa circola ovunque senza stancarsi.” La funzione è spontanea, ritorna completamente alla propria natura e da questa genera le trasformazioni che riguardano le diecimila cose, questa funzione si chiama dé. Anche se dào e dé sono distinti è difficile separarli completamente perché si tratta di due aspetti della stessa cosa, come spiegato nel 管子