La guerra e il Dao

Aggiornamento: 18 mar

Una storiella riportata da C.G. Jung mette in luce il senso della pratica del qigong nei periodi difficili per la collettività, di R. Testa

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Sciamano/a  e uomo/donna della pioggia
Sciamano/a e uomo/donna della pioggia

In che modo il qigong può essere di aiuto in una situazione di conflitto? Che senso ha la mia pratica di qigong davanti alla guerra? Non è egoistico praticare il qigong quando "là fuori" c'è chi soffre e sta male?


Quando ci sono delle situazioni collettive complicate sembra che l'unica risposta possibile sia quella di fare qualcosa di concreto per gli altri, per quelli che se la passano peggio. Anche nel caso della guerra in Ucraina sento una vocina che mette a confronto la pratica personale con l'impegno di chi "fa" veramente qualcosa "là fuori".

Allo stesso tempo mi sovvengono le parole di un famoso psicologo recentemente scomparso che nei suoi seminari poneva ai partecipanti una domanda tanto scontata quanto illuminante:

Avete mai notato che ogni volta che c'è un problema voi siete là?

Cioè ogni volta che ci imbattiamo in un problema o in una situazione che reputiamo difficile, in un certo senso, noi gli stiamo dando forza attraverso i significati che la nostra mente attribuisce alla situazione stessa. Un accaduto può essere percepito come problematico da qualcuno e come gioioso da altri.


Ma la cosa interessante, come insegna la storiella che segue, è che la nostra realtà non solo non è separata da ciò che c'è all'esterno a causa dei significati che le attribuiamo, ma che ciò che c'è all'esterno è modificabile attraverso un processo interno.

Questo è anche il caso del Qigong. Ogni volta che torniamo alla pratica non lo facciamo SOLO per noi, innanzitutto perché questo sarebbe impossibile in quanto non c'è una separazione a livello della mente e del qi, ma pratichiamo per bilanciare la nostra realtà che è connessa a tutto ciò a cui la nostra coscienza è collegata.

Ecco qui sotto la storiella raccontata da Richard Wilhelm, sinologo tedesco, a C.G. Jung riguardo a un fantomatico uomo della pioggia e del suo modo di risolvere i problemi.


Nel luogo in cui viveva Wilhelm imperversava una grande siccità; per mesi e mesi non era caduta una goccia di pioggia, e la situazione diventava catastrofica. I cattolici moltiplicavano le processioni, i protestanti le preghiere, i cinesi bruciavano bastoncini d’incenso e sparavano fucilate per spaventare i demoni della siccità, ma tutto ciò non serviva a nulla.

Alla fine i cinesi dissero: “Andremo a cercare l’uomo della pioggia.”

E da un’altra provincia arrivò un vecchio dalla pelle grinzosa. L’unica cosa che chiese fu di avere una casetta tranquilla nella quale si fermò per tre giorni.

Il quarto giorno le nubi si ammassarono e ci fu una grande tempesta di neve in un periodo dell’anno in cui non la si attendeva assolutamente.

Il risultato fu straordinario, e in città si parlava talmente del prodigioso rain-maker, che Wilhelm andò a domandargli come avesse fatto.

Gli domandò in modo squisitamente europeo: “Di Lei si dice che faccia la pioggia. Mi può dire come è riuscito a fare la neve?”

E il piccolo cinese gli ripose: “Non sono stato io a fare la neve, io non c’entro.”

– “Ma, che cos’ha fatto in questi tre giorni?”

– “Oh, questo posso spiegarlo. Io vengo da un altro paese, dove le cose sono in ordine. Qui invece le cose sono in disordine, non sono come dovrebbero essere secondo il comandamento del Cielo. Perciò tutta la regione non è nel Tao, e neppure io sono nell’ordine naturale delle cose, perché mi trovo in un paese in disordine. Per questo ho dovuto aspettare tre giorni per rimettermi nel Tao e allora, naturalmente, è arrivata la pioggia.”

[Nota presente nei Collected Works of C. G. Jung, vol. 14, pp. 419 sg. ed estratta da The Interpretation of Visions, protocolli di seminari junghiani riprodotti per uso privato (Zurigo 1939) p. 7.]



E nel commento alla suddetta storia Jung infine afferma:

Cioè non è che sia necessario fare la cosa giusta, le cose sono già giuste e si sa che non potrebbero essere altrimenti. E' come essere all'interno delle cose.

Senza voler sminuire l'interventismo o difendere l'oblomovismo di chi "non fa" penso sia importante considerare le cose da una prospettiva più ampia e integrata fra soggetto e oggetto.







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