Qigong e Tradizione: tentativi di lettura orizzontale

di D. Vaccari


Athanor
Athanor

La lettura dell’estratto del seminario di Wei Qifeng su Yiyuanti 意元体 e reincarnazione, la condivisione nel gruppo social del laboratorio di Zhan Zhuang di estratti dal testo sul Sistema di Riferimento (Ooi Kean Hin, Zhineng Qigong II, Createspace, 2014) e gli incontri del laboratorio sono state occasione e stimolo per iniziare a dare corpo (!) ad intuizioni, ed al contempo avviare una riflessione più ordinata, sul tema, affascinante e stimolante, della ricerca di corrispondenze, di costanti tra tecniche corporee sviluppate in varie tradizioni. Precisando subito che il concetto di Tradizione, volutamente qui indicato con la T maiuscola, rende conto della conoscenza primordiale cui dobbiamo in qualche modo ricongiungerci se vogliamo avere nozione di ciò che è (1) e che inevitabilmente tale ricerca si avvale della intuizione e dell’ascolto della apparente casualità di ciò che ci incontra.


Convinzione sostenuta dalla considerazione che il corpo fisico accomuni ciascun individuo, indipendentemente dallo spazio-tempo.

Ed il corpo fisico, quale inseparabile compagno di viaggio, può essere veicolo per la comprensione sempre più profonda del proprio cammino di evoluzione, di crescita spirituale.

Convinzione che trova supporto e continuo nutrimento nella riconosciuta centralità, nelle culture tradizionali, del corpo “che si è”, riprendendo la dicotomia formalizzata da Karlfried Graf Durckheim tra corpo che si ha e corpo che si è.


Il corpo quindi, utilizzando termini della tradizione occidentale, diventa athanor ed al contempo materia prima nel proprio processo di trasformazione.

Dalla lettura e dallo studio dei due contributi indicati, mi ha colpito l’affermazione che, secondo la tradizione cinese, c’è un momento nella vita del feto in cui succede qualcosa di decisivo: “il Qi puro delle cellule cerebrali, che è un tutto omogeneo, si connette con il Qi dell'Universo”. E il feto prende vita, vita vera.

Tralasciando le ipotesi di matrice “scientifica” - riassumibili nella affermazione di Luc Montagnier del 2009: “Un embrione diventa un essere umano quando inizia a formarsi il sistema nervoso, cioè un po' prima del terzo mese di gravidanza” - trovo stimolante proporre che, secondo la tradizione giudaico-cristiana, il cambiamento, il passaggio, la nascita alla vita avvenga nel 6° mese.


L’affermazione trova una poetica - lapidaria per il credente - conferma nell’episodio riportato nel Vangelo di Luca (2) in cui Maria, subito dopo aver concepito Gesù nel suo ventre virginale, si mette in cammino verso la casa della cugina Elisabetta, incinta di Giovanni Battista al 6° mese. Il contatto con il principio divino causa il movimento del feto nel ventre di Elisabetta, sancendo così la nascita alla vita, in altri termini l’attivazione del divino nel feto.

E forse è in quel momento che trova compimento l’espressione contenuta nel libro della Genesi (3) dell’uomo “fatto ad immagine e somiglianza”.

Ad una prima lettura sembra che i due sostantivi possano essere considerati sinonimi, quasi a rafforzare il concetto della azione divina, sottesa del resto dall’uso del verbo creare e non fare.


Molto più ariosa la lettura che connota l’espressione essere creato a immagine con una dimensione statica, per indicare la presenza del divino, del trascendente, all’interno dell’essere creato (e per inciso, l’uomo è l’unico essere vivente cui competa questa divinità). Ma non è finita qui, in quanto poi il singolo deve responsabilmente e consapevolmente mettersi in cammino, in quel cammino che ha come obiettivo la realizzazione della somiglianza, che quindi assume una connotazione dinamica, e il cui raggiungimento porterà l’uomo ad abbandonare la tunica di pelle (4) con cui ha ricoperto il suo corpo, per riprendersi la originale tunica di luce.

Del resto il riconoscimento di questa natura divina, della presenza del trascendente in noi, diventa l’obiettivo e dà sostanza e senso al cammino verso la somiglianza.

A questo punto, mi chiedo se il senso della pratica, del lavoro con le tecniche corporee di matrice orientale, quale il qi gong, continuo, costante, amoroso ed amorevole, faticoso e doloroso anche, compassionevole comunque e sempre, possa essere ritrovato nell’obiettivo di sganciare l’individuo dal proprio sistema di riferimento, che è condizionato e condiziona.

In virtù del fatto che l’essere ciecamente e inconsapevolmente guidati da questo non è che nascondere la propria natura divina, non rendersi conto del nocciolo divino, il trascendente, che è in noi.

E perché non ipotizzare una risonanza tra il processo di risoluzione della distorsione della Yiyuanti e il cammino verso la somiglianza, in virtù della possibile corrispondenza tra il concetto di Yiyuanti e quello di Essere, quale individualità in cui lo Spirito è stato attivato?


Note:

(1) René Guenon, Tradizione e Simbolismo, ed. Luni, 2016.

(2) Luca 1, 39-42: 39In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!

(3) Genesi 1,26: 26 E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.

(4) Genesi 3,22: 21 Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.