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  • Immagine del redattoreAmanda Carloni

Riappropriarsi di sé, riappropriarsi della pratica

Riflessioni sulla pratica di A. Carloni

In queste ultime settimane nei corsi a Roma e online abbiamo avuto occasione di confrontarci sul senso del riappropriarsi di sé attraverso la pratica per chi inizia da zero e per chi pratica già da anni e/o segue un percorso di formazione.

In vari momenti abbiamo parlato con serenità e ci siamo confrontati in maniera aperta e accogliente con le storie e le esperienze di tutti.

Mi fa piacere riportare qui una sintesi di quanto emerso, se potrà essere utile a qualcun altro.


Uno dei primi temi emersi dallo scambio è stato che con l’allenamento alla presenza nel corpo (tramite la regolazione della postura e del respiro e con la conseguente regolazione dello stato mentale) iniziamo a riappropriarci di quello che è nostro e di cui ci dimentichiamo quando l’attenzione è rivolta fuori, cioè per la maggior parte della nostra vita.

Questo, come sappiamo, è un punto di inizio basilare per chi si accosta alla teoria e alla pratica del Zhineng Qigong e dà già di per sé ottimi risultati.


Poi proseguiamo con l’apprendimento dei metodi pratici e lo studio della teoria, e di solito tutto prosegue al meglio con l’entusiasmo della scoperta.


Cosa succede dopo il primo periodo di pratica in cui tutto è bello e ci sono grandi cambiamenti, quando arriviamo a incontrare i punti critici della nostra personalità?


Dalla discussione comune sono emerse tre casistiche principali:

1) lasciamo la pratica per cause e condizioni spesso create dal subconscio e che si manifestano come “condizioni esterne” o “circostanze della vita”

2) continuiamo la pratica su una strada illusoria

3) continuiamo la pratica su una strada autentica


E come si fa a sapere se siamo dentro un’illusione o meno? Questo è senz’altro il punto focale della questione e non ci sono risposte preconfezionate, solo indizi che possiamo scegliere di cogliere per trarre le nostre conclusioni.

Riappropriarsi della pratica diventa a questo punto il passaggio fondamentale per ricevere indizi e intuizioni utili. Dalla condivisione delle esperienze abbiamo estrapolato un piccolo elenco, ben lontano dall’essere completo e con l’unica funzione di essere spunto di riflessioni: chi volesse integrarlo con la propria esperienza è assai benvenuto a farlo!


1) Chiederci se stiamo praticando veramente, cioè dov’è la nostra attenzione e qual è il nostro obiettivo

2) Capire la distinzione tra non giudicare e non discernere, cioè tra un atteggiamento aperto, accogliente ed equanime e non voler analizzare la nostra pratica perché ci sentiamo in difetto

3) Vivere la differenza tra essere in pace con noi stessi e smettere di cercare

4) Renderci conto se nei blocchi del corpo sono annidate memorie che sentiamo troppo dolorose e non vogliamo sciogliere, rifugiandoci nell’illusione che la soluzione sia altrove

5) Avere l’onestà e la serenità di verificare la nostra pratica dai risultati nella vita quotidiana, nostra e di chi ci circonda


Cito infine dalla chat degli istruttori in formazione continua di Roma un intervento che ho trovato particolarmente calzante per tirare le somme di quanto illustrato sopra, ringraziandone l’autore:


“La nostra esperienza è sempre vera. È la nostra interpretazione dell'esperienza, ovvero le proposizioni (che sono giudizi) con cui la descriviamo, traendone conclusioni sulla Realtà, a poter essere vera o falsa (e tutti i gradi intermedi). Se sono daltonico e vedo il verde come rosso, questa mia esperienza, se pur diversa da quella della maggior parte dei vedenti, è autentica. Ma se dico che il colore che sto vedendo è IL rosso, sto dicendo, secondo le convenzioni del linguaggio, una cosa errata, che in quanto tale creerà confusione nella comunità dei parlanti, con tutti gli inconvenienti del caso (si pensi alle situazioni che possono venirsi a creare al semaforo...).


La prima cosa da fare, quindi, è mettersi d'accordo sulle parole e sulle varie espressioni utilizzate, come il famigerato "non agire", ad esempio, e poi confrontare in continuazione le nostre esperienze, tenendo a mente quanto già sottolineato:


1) non giudicare come esercizio di pratica non significa non discernere (altrimenti al semaforo ogni serio praticante dovrebbe passare indifferentemente col rosso o col verde), ma sospendere ogni giudizio non necessario per far emergere giudizi più autentici, ovvero davvero utili e più attinenti alla realtà.

2) l'esperienza in cui mettersi alla prova e su cui confrontarsi è prima di tutto quella della pratica formale, perché senza impegnarsi sufficientemente in essa:


A. rischiamo di continuare a raccontarcela, rimandando all'infinito l'incontro con la Realtà, fino al punto di identificarci con l'immagine del praticante quando invece non lo siamo affatto e di far della pratica l'ennesima illusione.

B. la qualità del nostro Qi, e di conseguenza la nostra possibilità di comprendere e fare, rimarranno sempre allo stesso livello, il livello di un non praticante e anche più basso, mi sento di dire, in quanto prigionieri di un'illusione in più.”

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