A come avversione

Breve riflessione su cambiamento e trasformazione nella pratica del Qigong di R. Testa


Crisalide
Foto di Suzanne D. Williams

Ieri con i partecipanti abbiamo parlato delle meccaniche della mente in relazione alla malattia e al cambiamento in generale.

Ciò che mi colpisce è come la voglia di cambiamento quasi sempre parta da uno stato di avversione verso la condizione esistente. Questa è una modalità considerata normale, anzi logica. Se scopro di avere una malattia, voglio immediatamente tornare allo stato di non malattia (perché la malattia mi spaventa, mi è di impedimento, mi limita, etc.). Discutendone con i partecipanti abbiamo capito però che questa è una modalità alquanto disfunzionale.

Perché disfunzionale?

Disfunzionale perché l’avversione è una qualità frettolosa e superficiale, di solito volta a eliminare solo la conseguenza, l’effetto di qualcosa e non a comprenderne le cause.

Questa modalità quindi è spesso fallimentare, oppure non in grado di portare a un risultato stabile.

Qual è invece un modo più appropriato di praticare? E’ una pratica che accolga la malattia come manifestazione di un cambiamento che segue il ritmo naturale. Accogliere, ascoltare, accettare le ragione dell’altro (la malattia) richiede senza dubbio più tempo di un approccio che mira a eliminare, distruggere che sono proprio i modi dell’avversione.

E sono dinamiche ben trasponibili ad altri scenari, ambiti…


Anche quando nel Zhineng Qigong ripetiamo: “Le funzioni tornano alla normalità” dovremmo chiederci se vogliamo tornare alla normalità a partire da uno stato di comprensione o di avversione. L’accettazione ci mette in uno stato di calma e unifica la mente, mentre l’avversione è un moto di ribellione che porta solo disordine e confusione.



Foto di Barbara Baldan


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