Il by-pass spirituale nella pratica del Qigong
- Ramon Testa

- 4 ore fa
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Quando la pratica pensata per portarci più vicini a noi stessi diventa il modo più raffinato per starne lontani di R. Testa #zhinengqigong #pangming #JohnWelwood #qigong

Il termine by-pass spirituale fu coniato agli inizi degli anni ’80 dallo psicoterapeuta e insegnante buddhista John Welwood, nel suo libro Toward a Psychology of Awakening. Con questa espressione Welwood indicava la tendenza a servirsi di idee e pratiche spirituali per aggirare questioni emotive irrisolte, ferite psicologiche mai affrontate e compiti evolutivi rimasti in sospeso, spesso in nome di una meta più alta, come l’illuminazione, usata per giustificare quella che lui stesso definiva una trascendenza prematura: il tentativo di elevarsi al di sopra della propria umanità senza prima esservisi davvero confrontati.
Questa espressione e il suo significato mi erano noti da tempo, ma questo probabilmente non era sufficiente per creare un cambiamento. Ciò che mi ha aperto davvero gli occhi è stata una domanda semplice che sono stato costretto a pormi con molta sincerità: “Nonostante tutti i progressi e le scoperte fatte grazie al Qigong, come è possibile che vent’anni di pratica non abbiano saputo colmare alcune lacune, non abbiano sanato certe ferite non-fisiche?”. Se la pratica fosse stata realmente un luogo di incontro con me stesso, quelle lacune avrebbero dovuto, nel tempo, essere almeno toccate, se non guarite. Il fatto che restassero intatte, protette, quasi immuni al passare degli anni, è stato il segnale più chiaro che qualcosa, in quella specifica area, rimaneva in una zona d’ombra.
Non vent’anni di pratica sporadica di Zhineng Qigong, ma vent’anni in cui ho cercato di praticare al meglio, di comprendere i testi il più a fondo possibile, di tradurre e curare con precisione ciò che leggevo. Eppure, guardando indietro, ho dovuto ammettere qualcosa di scomodo: una parte non piccola di quello sforzo aveva la funzione di un evitamento. Evitamento di entrare più profondamente in relazione con me stesso, e quindi, inevitabilmente, evitamento di guardare ciò che in me era difficile o doloroso.
Il qigong in questo senso può rappresentare un ottimo alleato per le menti alla ricerca della soluzione ultima per non entrare in contatto con sé stessi. Nell’ambito del qigong, nonostante si sappia che il lavoro di raffinazione della mente è il lavoro imprescindibile da cui non si può scappare, si indugia molto sul lavoro a livello energetico. Non lo si fa a sproposito, infatti si dice: “Cerca di vivere fino a 100 anni, e allora tutto sarà possibile”. Il senso della frase è: occupati del corpo (corpo fisico e corpo energetico), rendi il corpo forte e allora potrai compiere il lungo lavoro sulla mente che richiede strumenti che vanno oltre le pratiche energetiche e la disciplina fisica e mentale correlate.
Perché mai qualcuno dovrebbe non volere entrare in contatto con sé stesso? Qual è il vantaggio in una strategia di evitamento di questo tipo? Vergogna, paura, senso di nullità, indegnità, etc., riconosciuti o non riconosciuti, che abbiamo accumulato dai nostri vissuti con famiglia, scuola, società, cultura, etc., sono gli elementi da cui cerchiamo di tenerci al riparo. Questi condizionamenti che ci permettono di funzionare nel mondo come individui, spesso hanno la funzione di nascondere delle parti di noi stessi dimenticate o abbandonate che manovrano la nostra vita dal profondo in modi che nemmeno sospettiamo.
In passato ho parlato più volte delle “buone sensazioni” che la pratica può produrre come di qualcosa non del tutto positivo. E in effetti non lo sono, quando diventano il motivo per cui si pratica: creano una dipendenza, non diversa nella sua struttura da qualsiasi altra: il fumo, l’alcol, il sesso, lo scrolling infinito dello schermo del telefono. Cambia l’oggetto, ma non il meccanismo. E se il meccanismo è lo stesso, allora anche il qigong, proprio come queste altre dipendenze, può diventare una forma estremamente raffinata di evitamento del contatto con sé stessi. Apparentemente ci stiamo prendendo cura di noi stessi, dedichiamo del tempo di qualità a noi stessi, ma ciò che facciamo è auto-ingannare la mente facendole credere che stiamo trovando una soluzione, anche se in realtà la stiamo cercando in un posto dove non può trovarsi, proprio come nella storiella sufi di Mullah Nasrudin raccolta da Idries Shah.
Un vicino trova Nasrudin carponi sotto un lampione, intento a frugare per terra, e gli chiede cosa stia cercando. “Le chiavi di casa”, risponde Nasrudin. Il vicino si mette a cercare insieme a lui, ma dopo un po’ chiede dove esattamente le avesse perse. “Dentro casa”, dice Nasrudin, “ma qui fuori c’è più luce.” Cerchiamo la soluzione là dove non può essere trovata...
La pratica del qigong, come di qualsiasi altro sistema spirituale (qui la parola spirituale ha il solo scopo di indicare ciò che è agli antipodi di quanto è materiale), non può essere un tappabuchi, non può essere come la fase iniziale di un amore romantico in cui si pensa che finalmente l’altro riuscirà a colmare il nostro vuoto esistenziale, a dissolvere il senso di indegnità, e finalmente ci completerà. La pratica del qigong dovrebbe essere anche il lavoro “sporco” di volgere lo sguardo all’interno per una vera introversione della coscienza, per sapere quali sono i propri bisogni, la propria storia, i propri condizionamenti, le proprie ferite.
Non solo la pratica delle buone sensazioni, ma anche la pratica dura e disciplinata, rischia di incagliarsi su questo punto. La mente sa essere molto scaltra e può dirci: pratica duramente, in modo assiduo e disciplinato, e tutti i tuoi problemi saranno risolti. Lo insegna anche la teoria: se la spinta a intraprendere questo by-pass interno nasce dal bisogno di proteggerci da ciò che è doloroso o che ci fa paura, la mente organizzerà anche la disciplina più dura al solo scopo dell’evitamento. Posso dire a me stesso: “Con la pratica del qigong mi prenderò finalmente cura di me stesso”, ma questo non garantisce affatto che quel contatto avvenga davvero. Il perfezionismo nella forma, la precisione nella comprensione dei testi, persino la dedizione nel trasmettere questi insegnamenti agli altri, possono convivere, senza contraddizione apparente, con un movimento di fondo che allontana dal contatto reale con sé.
C’è poi una differenza che mi sembra importante, ed è quella tra praticare in una comunità, come quella del Centro Huaxia, e praticare, come accade oggi a molti di noi, in un mondo altamente individualizzato. In una comunità, tanti pesi personali si stemperano, si condividono, perdono un poco della loro gravità. Nel mondo in cui viviamo, invece, le vite ricadono quasi interamente sui singoli, e la comunità raramente riesce ad alleggerire questo carico. Per questo il lavoro di cui parlo, entrare davvero in contatto con sé, non è più rimandabile (a data remota incerta intorno ai 100 anni), ed è altrettanto chiaro che sarebbe irrealistico pensare che possa essere svolto interamente dalla pratica del qigong.
Questo non significa che la pratica sia inutile, né che vada abbandonata. Significa riconoscere che nessuna tecnica, per quanto profonda, sostituisce l’atto di volgersi verso ciò che fa male e restarci, senza fuggire e senza correggerlo immediatamente con un esercizio, un suono, una postura, e senza nemmeno pretendere di farlo da soli, in un mondo che ha smesso di offrirci una comunità capace di condividere il peso. Il corpo e il qi possono essere alleati preziosi in questo lavoro, ma solo se la mente che li usa smette di servirsene come scudo.
E forse è proprio qui che si apre una nuova fase della pratica: lasciare che il qigong diventi lo spazio in cui quelle parti reiette, finalmente, possano essere viste, e, quando possibile, anche riconosciute da chi ci sta intorno.


A mio parere due frasi che hai scritto sono fondamentali: "In una comunità, tanti pesi personali si stemperano, si condividono, perdono un poco della loro gravità. Nel mondo in cui viviamo, invece, le vite ricadono quasi interamente sui singoli, e la comunità raramente riesce ad alleggerire questo carico. Per questo il lavoro di cui parlo, entrare davvero in contatto con sé, non è più rimandabile (a data remota incerta intorno ai 100 anni), ed è altrettanto chiaro che sarebbe irrealistico pensare che possa essere svolto interamente dalla pratica del qigong."
E "Significa riconoscere che nessuna tecnica, per quanto profonda, sostituisce l’atto di volgersi verso ciò che fa male e restarci, senza fuggire e senza correggerlo immediatamente con un esercizio, un…