Metafisica della malattia nel Qigong
- Ramon Testa

- 26 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Il corpo fisico come ultima frontiera della colpa di R. Testa #zhinengqigong #ucim #qigong

Sembra normale, ma non lo è per nulla, vivere in una modalità fatta di continue accuse e lamentele verso il mondo esterno: la politica non funziona, le guerre devastano, gli altri ci feriscono. È naturale, quasi automatico, vedere ciò che non va al di fuori di noi. Questo meccanismo, che qualcuno definisce proiezione, rappresenta il tentativo della mente di liberarsi da un peso insopportabile: il senso di colpa per la separazione dalla nostra vera Natura. La proiezione funziona attraverso un processo apparentemente semplice: la mente rinnega ciò che non vuole riconoscere in se stessa e lo attribuisce all’altro. Questo spostamento ci trasforma in vittime innocenti di un mondo crudele, giustificando così i nostri attacchi. Ma c'è un problema fondamentale: la colpa proiettata all’esterno non viene mai realmente eliminata. Viene solo occultata e preservata in profondità dentro di noi, dove continua a tormentarci.
Esiste però uno stadio avanzato, apparentemente più evoluto, in cui la persona inizia a riconoscere che la causa del proprio malessere non è esterna, ma interna: percepisce se stessa come il problema. Questa nuova o diversa consapevolezza sembra un passo avanti rispetto al costante accusare gli altri, una forma di maggiore responsabilità.
Ma attenzione perché questo rappresenta una reinterpretazione ancora più sottile. La mente, non riuscendo più a trovare capri espiatori esterni convincenti, può decidere di ripiegare su un bersaglio che ha sempre a disposizione: il proprio corpo. Quando la mente non riesce più a sostenere la proiezione esterna, il corpo diventa il candidato perfetto come frontiera finale della rabbia. Da qui il sottotitolo di questo articolo: Il corpo fisico come ultima frontiera della colpa (malattia). In questo senso il corpo rappresenta il limite estremo con cui la mente cerca di oggettivare la separazione, trasformando un errore di pensiero (l’idea di essere unità separate e isolate) in una forma fisica.
La malattia assume in questo contesto un ruolo particolare perché invece che rappresentare un semplice malfunzionamento, diventa un testimone inviato dalla mente distorta per dimostrare che la separazione è reale, che siamo fragili, che l’auto-punizione è giustificata e che questa auto-punizione assolverà il compito di espiazione del sistema di pensiero che ha concepito la separazione.
Questa dinamica serve un duplice scopo:
Conferma la realtà della separazione: se il corpo soffre siamo effettivamente separati dalla totalità.
Distrae dalla vera causa: il dolore fisico ci dà l’illusione di poter riparare il torto subito o auto-inflitto della separazione.
La punizione della malattia però non fa altro che preservare il senso di separazione/colpa invece di dissolverlo. Ogni volta che ci puniamo, confermiamo che la separazione è reale, che è avvenuta veramente, rendendola eterna nella nostra mente. È un circolo vizioso: più ci puniamo, più rendiamo reale ciò da cui vogliamo liberarci.
Fortunatamente pratiche come il Zhineng Qigong offrono strumenti concreti per riconoscere il corpo non come nemico o capro espiatorio, ma come mezzo neutro di comunicazione con quella totalità da cui non siamo mai stati veramente separati.
Attraverso gli strumenti a disposizione del qigong: movimento corporeo, uso della mente e suoni possiamo reinterpretare completamente il nostro rapporto con il corpo e la sofferenza:
Il primo passo è riconoscere il conflitto (inclusa la malattia) non come punizione meritata, ma come segno di un'informazione errata nel sistema di riferimento della coscienza. Nel Zhineng Qigong, ogni disagio riflette il sistema di riferimento condizionato, che filtra la realtà in modo parziale e distorto. Invece di combattere il dolore o di colpevolizzarsi per averlo "causato", la pratica insegna una resa incondizionata all'esperienza presente. Questo non significa passività, ma eliminazione della resistenza mentale che alimenta il senso di separazione. Nel campo di qi, l'informazione del conflitto viene dispersa e poi infusa, integrata di totalità, olismo, permettendo un riequilibrio delle informazioni, del qi e infine del corpo fisico.
In altre parole il corpo cessa di essere la "prigione di carne" che tiene la mente distorta al sicuro, e diventa invece, attraverso il qigong, uno strumento per connettersi a quel tutto che non conosce separazione né limitazioni. Il corpo malato, che era testimone della nostra colpa, diventa mezzo di collegamento con la nostra vera natura. Qui il conflitto, dalla prospettiva del qigong, non è più un nemico da combattere o una punizione da subire, ma un ponte: l'universo di dolore in cui i nostri corpi vivono diventa un universo carico di gioia e condivisione dove tutto è possibile (Hunyuan Lingtong).



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