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  • Immagine del redattoreCristina Pozzi

Il Qigong considerato come rito?

La dimensione rituale nel Qigong di C. Pozzi e R. Testa

Che cos’è un rito?


Quando pensiamo alla parola rituale, con tutta probabilità, pensiamo a qualcosa che ci dice cosa dobbiamo fare o come dobbiamo comportarci. Qualcosa che ci porta a ripetere delle abitudini o delle azioni piuttosto che aiutarci a rompere gli schemi in base ai quali agiamo. In generale, infatti, il rito può essere definito come una sequenza di azioni prestabilite che si ripetono nello stesso modo, connesse ad un forte significato simbolico. Comunemente i riti prevedono delle formule fisse fatte di gesti, parole e azioni che seguono un modello standardizzato[1].


I riti, sia religiosi che non, hanno un ruolo estremamente importante all’interno della società e sono presenti in tutte le culture. Essi creano senso di appartenenza, contribuiscono a costruire comunità, rassicurano gli individui di fronte alle incertezze dell’esistenza, segnano un passaggio, facilitano la rappresentazione dell’ordine cosmico, creano una parentesi all’interno della vita ordinaria.


Un diverso punto di vista


Tuttavia, il rituale può essere visto non solo come qualcosa che ci dice cosa fare e come farlo. I riti non sono solo qualcosa che ci obbliga a pensare o agire in un certo modo o seguendo una procedura standard. A questo proposito, un punto di vista differente ci viene fornito dalla Cina classica. Nei dialoghi di Confucio, scritti tra il 479 a.C. e il 221 a.C., troviamo:


祭如在、祭神如神在。 (Lunyu, 3:12)


Ovvero: «L’espressione si compiano i sacrifici come se fossero presenti” significa “si compiano i sacrifici alle divinità come se queste fossero presenti”»[2].


In questo caso specifico, si riferisce ad un praticante che lavora per creare una corretta relazione tra il discendente e l’antenato. Il discendente, compiendo il rito come se i suoi antenati fossero lì, trasformava se stesso. Ma in questa frase, ciò a cui dobbiamo prestare attenzione è il “come se”, in cinese 如rú. Il mondo "come se" del rituale implica la presenza sia del praticante umano che degli spiriti. Ma se gli spiriti sono effettivamente presenti o meno è irrilevante. Il rituale serve piuttosto come uno spazio all'interno del quale si agisce “come se” lo fossero.


Secondo Confucio, il rituale non è una situazione che si ripete all’infinito, ma consiste nella creazione di uno spazio che ci permette di diventare persone differenti. Creare uno spazio rituale, infatti, ci permette di interagire con gli altri in modo diverso, ci obbliga a diventare una persona diversa, e ci permette di rompere il nostro modo “normale” di essere. Il rituale, quindi, non è una abitudine, ma un “fare come se”. Creare uno spazio, sia in senso fisico che temporale, all’interno del quale si può “fare come se” ci permette di mettere da parte le emozioni e di focalizzarci sull’istaurare una relazione armoniosa con sé stessi e gli altri. All’interno del rituale si assume un ruolo diverso e quindi si diventa persone diverse. Introducendo il rituale nella nostra vita, secondo Confucio, possiamo modificare le nostre abitudini e di conseguenza diventare persone migliori. Per raggiungere questa condizione, bisogna prestare attenzione nel non far diventare questi rituali dei gesti automatici e vuoti, altrimenti ci trasformiamo in degli automi. Secondo Confucio, il cambiamento portato dal rituale non è immediato, ma è necessario compiere questi gesti quotidianamente con consapevolezza. Solo così si può giungere a quello che Confucio chiama 仁rén, benevolenza[3].


La ritualità nel qigong


Queste riflessioni possono essere utili a coloro che praticano Zhineng Qigong da qualche tempo e sono caduti nella monotonia dell’abitudine. Chi apprende il Zhineng Qigong per la prima volta, di solito procede con le istruzioni ricevute pieno di fiducia e carica: dedica un tempo della giornata agli esercizi, legge e riflette sui contenuti della teoria, compone il campo di qi[4] anche al di fuori della pratica; e così le prime settimane di allenamento sono piene di tante piccole scoperte e successi nel riuscire ad esempio a risolvere un malanno e a ottenere più calma.


Dopo qualche mese o arrivati a un anno di pratica però, in molti casi, le cose cambiano. La pratica diventa discontinua, la mente è distratta e i risultati non sono più così chiaramente osservabili. Perché questo accade?


Mentre agli inizi la pratica aveva un elemento di freschezza, di novità, dopo alcuni mesi perde il suo fascino e viene relegata fra le tante abitudini che costellano le nostre vite come: preparare i pasti, fare la spesa, badare alla famiglia, etc. In alcuni casi addirittura va peggio perché la pratica diventa un intralcio alla routine quotidiana.


E la soluzione che spesso i praticanti trovano a questa mutata situazione è cambiare esercizio, insegnante o sistema (in ordine crescente di gravità della situazione).


Purtroppo, non posso far altro che notare in ogni allievo che affronta questa impasse un ripetersi del problema fino al momento in cui non ne comprende il meccanismo. Il fattto è che nella stragrande maggiornaza dei casi questo problema non risiede lì dove il praticante pensa di poterlo risolvere, ovvero nell’esercizio, nell’insegnante e nel sistema. E ci si ritrova quindi a fare come nella famosa storiella Sufi dove Mulla Nasrudin si mette a cercare la chiave di casa sotto il lampione.[5]


Se la pratica di qigong è un rito che ci permette di ri-connetterci alla nostra essenza, al nostro qi, alla nostra mente e allo hunyuanqi originale, come impedire che questo rito si svuoti e diventi pura forma, senza sostanza?


La risposta è semplice, ma l’applicazione non lo è affatto.


Dal punto di vista del qigong lo stato di salute dipende da certi meccanismi energetici, come l'apertura-chiusura che vengono sostenuti da uno stato in cui si perde una visione parziale di sé stessi e si accede a una connessione con la fonte inesauribile del qi della natura.


E perché quindi dovremmo essere disincentivati a praticare qualcosa che ci fa bene a costo zero? Questo accade perché qi e mente rimangono di gran lunga due entità astratte (la mente in particolare) e dal momento che le nostre vite abituali sono scisse, ovvero sono proiettate all’esterno, negli oggetti della quotidianità, allora un vero ritorno a noi stessi sarà sempre molto complicato perché entrerà in contraddizione con un certo modo materialistico di intendere la nostra esistenza in cui fatti, eventi e situazioni, "lì fuori", rappresentano una realtà tangibile di cui dobbiamo occuparci relegando appunto ciò che è intangibile a un secondo momento, quando va bene...


Quindi, fintanto che non si sarà riusciti a fare un vero ritorno a se stessi, la pratica sarà un andirivieni fra questi due stati: materialistico e spirituale (intendendo con spirituale ciò che nel Zhineng Qigong è inteso come coltivazione del daode).






[1] Vedi Fabietti U., (2010), Elementi di antropologia culturale, Mondadori, Milano. [2] Traduzione di Lippiello T., (2006), Confucio. Dialoghi, Einaudi, Torino, p. 25. [3] Riflessioni a partire da Puett M., Gross-loh C., 2017, La via. Un nuovo modo di pensare qualsiasi cosa Einaudi, Torino. [4] Vedi V.Marino, R. Testa, Zhineng Qigong: manuale completo di teoria e pratica di qigong, Nuova Ipsa, Palermo, 2022. [5] «Un giorno il Mulla Nasrudin perse le chiavi di casa e cominciò a cercarle sotto un lampione. Dopo poco, passò un amico e si offrì di aiutarlo. Trascorsero dieci minuti mentre i due, a carponi, setacciavano la zona. A un certo punto l'amico chiese a Nasrudin se fosse sicuro di avere perso le chiavi proprio lì. Lui rispose di no, disse che le aveva perse in casa. Allora l'amico, stupito, gli chiese perché le stesse cercando sotto il lampione e Nasrudin rispose: "Perché qui c'è più luce"».

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