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  • Immagine del redattoreSabina Cini

Fare pace con la pratica del Qigong

Alcune riflessioni sul percorso evolutivo nel Qigong di Sabina Cini

Mi sono affacciata al mondo del Qigong grazie al consiglio e all’esperienza di un caro amico. Il mio approccio iniziale nasceva da una sincera necessità di portare equilibrio in una mente sovraccarica, sollecitata da una condizione emotiva che oscillava tra eccitazione e depressione. Ovviamente questa condizione si rifletteva nel corpo. Quindi la molla che mi ha portata a praticare il qigong era il voler ritrovare equilibrio e salute. E mano a mano che mi sono resa conto dei risultati su me stessa mi sono impegnata ad approfondire per portare questo equilibrio e salute agli altri. Ho seguito la formazione triennale raccogliendo tesori di pratiche e beneficiando di momenti di condivisione preziosissimi.

A un certo punto è scattata la necessità di fermarmi per scendere in profondità e per farlo ho dovuto cambiare direzione con la pratica invece di aggiungere e colmare il bisogno orizzontale di avere più metodi di qigong e più possibilità per intrattenere e allenare mente e corpo, sono dovuta scendere in verticale.

Ma prima di andare in alto a fondersi con lo spazio sono dovuta scendere in basso. Ascoltare con onestà ciò che avviene all’interno è un addestrarsi a fare meno o meglio ancora, a non fare. Per me la statica in piedi (Zhang Zhuang)è sempre stata una sfida di resistenza che però dava risultati evidenti sul piano fisico e emotivo. Adesso sta diventando lo spazio in cui mi abituo a non fare, a mollare ogni cosa, persino l’ostinazione di impormela durante le serate negli spazi di intrattenimento in famiglia davanti a video o a serie tv. Lentamente la pratica sta diventando sempre più uno spazio concreto di autoanalisi e guarigione, ma senza forzare, rinchiudendomi nella dinamica abituale del senso di colpa scaturito dall’idea di non fare mai abbastanza. L’ho visto anche di recente con un’infiammazione al braccio sinistro che volevo risolvere con esercizi mirati, quando invece l’unico esercizio consigliato era un sano riposo o pratiche che non coinvolgessero direttamente i tendini e i legamenti del braccio. Questo sapore di ascolto dall’interno non vuol dire mollare la pratica del qigong ne’ tantomeno perdere fiducia nel metodo, significa stare con ciò che è nel momento e agevolare lo stato di pace piuttosto che l’accanimento. Significa realmente lasciar fare al campo e appoggiarsi ad esso senza temere di cadere. Significa anche essere in grado di trasmettere agli altri questo sentire, affinando le percezioni e acquisendo nuovamente dettagli fondamentali degli esercizi già noti.


Mi viene da paragonare questo cammino alla preparazione per una scalata su una vetta: in un primo tempo ci si abitua a utilizzare i muscoli e a camminare per tratte brevi con piccoli dislivelli. Poco per volta arriviamo ad avere e gli strumenti per affrontare il viaggio sognato da una vita. Possiamo anche decidere di camminare ostinatamente, con in mente solo la nostra meta e va benissimo comunque.

Ma per sciogliere quel che mi imprigionava nel mio ‘personaggio’ ( di brava allieva, sempre a disposizione al meglio della sua efficacia) ho sentito la necessità di fermarmi a prendere fiato, di guardare il paesaggio da altre punti panoramici, di curarmi delle fitte alle caviglie, di esercitare l’ascolto con dedizione e cura.

È stuzzicante e comprensibile voler passare da uno stimolo all’altro: cercando di dare buon cibo alla nostra mente anziché spazzatura, ma ho compreso che il valore del nutrimento si può assaporare al meglio esercitando un poco il digiuno. Cercare di riempire ogni vuoto con nuove nozioni e dinamiche, è un po’ come preoccuparsi di controllare il proprio contapassi mentre un’aquila reale sorvola sulle nostre teste. Questo è ciò che sto realizzando per me, in questa esperienza di crescita nel Qigong. Non vale per tutti, ognuno ha il suo prezioso cammino e il modo corretto per affidarcisi, ma questo mio camminare piano mi sta mostrando panorami inattesi e sento di aver più fiato di quel che immaginavo ora che non ‘resisto’ ne’ insisto più.

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