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Il by-pass spirituale nel qigong 2

Immagine del redattore: Ramon Testa
Ramon Testa
10 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Come la pratica del qigong (e non solo) possa diventare la maschera perfetta di R. Testa #zhinengqigong #qigong #meditazione #yoga #psicoterapia



Dopo l’ultimo post sul by-pass spirituale, sul gruppo Whatsapp del Laboratorio Zhanzhuang ho letto un commento che mi ha colpito. Una persona scriveva: “Wow, davvero un testo di cui sentivo il bisogno! Questo qigong in cui lasciare che le cose siano come sono, osservandole e basta, è un vero qigong-vipassana. Ma credo che neanche la meditazione da sola possa, in certe situazioni, sostituire uno strumento come la psicoterapia per imparare a stare con le parti più sgradevoli di noi stessi.”


Ci ho pensato un po’, e mi sono accorto che il pensiero si allontanava da dove ero partito. Perché il rischio di cui parlavo nel post precedente non riguarda solo il qigong, e nemmeno solo lo yoga o oltre pratiche e terapie in generale. Riguarda qualsiasi cosa possa presentarsi come strumento per arrivare a sé stessi: la meditazione, la psicoterapia, e persino, per assurdo, verrebbe da dire, le forme più raffinate del non-dualismo, gli scritti di Ramesh Balsekar, di Nisargadatta o di Ramana Maharshi.


Vale la pena una parentesi sulla psicoterapia, visto che nel commento veniva ventilata l’idea che fosse il rimedio a ciò che meditazione e qigong non possono fare, quasi in contrapposizione. Anche qui, però, meglio non sostituire una cosa con un’altra: mi viene in mente, di sfuggita, un testo scritto da Hillman e Ventura: Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, un titolo che, con la sua ironia, dice già abbastanza. Non per liquidare la psicoterapia, che resta in molti casi l’unico strumento possibile, ma per ricordare che nessuno strumento è al riparo dal diventare un modo elaborato per non arrivare mai fino in fondo.


Tornando al non-dualismo, dicevo “per assurdo” perché lì il pericolo è ancora più sottile. Quando l’insegnamento dice “non c’è nessuno che soffre”, quella verità, che a un certo livello è autentica, può diventare la scorciatoia perfetta per non attraversare mai il livello su cui la sofferenza, in quanto persona con una storia, un corpo, delle ferite, effettivamente si gioca. Si scavalla il piano psicologico per raggiungere un’intuizione metafisica, sì corretta, ma che può essere usata col fine sbagliato, ovvero l’evitamento, la rinuncia all’incontro col Sé di cui parlavo nel precedente post.


Quindi mi va di sottolineare che il vero contatto con sé stessi non è legato a nessuno strumento. Può accadere lavando i piatti o aspettando in fila alla posta. Non ha bisogno di una postura, di una sequenza di movimento, etc. E per questo motivo il qigong, lo yoga, la meditazione, la psicoterapia e persino l’indagine non-duale, possono trasformarsi in maschere perfette. Non maschere facili da riconoscere, ma maschere che funzionano proprio perché sono fatte di vero esercizio, di insegnamenti autentici, di ore di dedizione alla Pratica.

Nessuno sospetta una maschera che assomiglia così tanto alla cosa che dice di essere. Dietro l’immagine di una persona che pratica ogni giorno con disciplina, potrebbe nascondersi qualcuno che non ha mai smesso di tenere a distanza le proprie difficoltà o il proprio dolore.

E non si tratta nemmeno solo di usare una maschera per proiettare all’esterno un’immagine migliore di noi stessi. C’è un livello ancora più interno. Queste stesse pratiche possono servire a placare un’ansia di fondo, a soddisfare le nostre parti protettrici: porzioni di noi che, nella nostra storia personale, hanno imparato a tenere a bada un dolore o un trauma troppo grande per essere sentito direttamente, e che oggi trovano nella dedizione alla pratica, un modo efficace per continuare a metterci al riparo da qualcosa. In questo senso “maschera” è forse un termine improprio, perché una maschera nasconde qualcosa da chi guarda da fuori. Qui si tratta piuttosto di una distrazione: un modo per spostare la nostra stessa attenzione altrove, lontano da noi, verso il movimento, l’informazione corretta (come diciamo nel Zhineng Qigong) o la postura in un vero e proprio auto-inganno.


Detto questo, non vorrei che tutto sembrasse un invito a “buttare il bambino con l’acqua sporca”, prendendo le distanze dagli strumenti. Un approccio del tutto privo di strumenti, come quello proposto ad esempio da Krishnamurti, in cui non ci si può appigliare a nulla è a sua volta arduo da praticare per motivi che qui non voglio analizzare perché ciò richiederebbe una trattazione estesa. Penso che il punto non sia scegliere tra strumenti e nessuno strumento, ma avere la saggezza di sapere usare ciascuno strumento per quello che è. Ogni strumento ha un compito preciso per cui è stato pensato, ed è quando lo pieghiamo a un uso diverso, magari più nobile in apparenza, che comincia a compiere funzioni per cui non era stato pensato.

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